Sanremo 2026 è finito. Sal Da Vinci ha vinto con Per sempre sì, Ditonellapiaga ha dominato le radio, Samurai Jay ha guidato Spotify. Le classifiche raccontano storie diverse, come sempre. Ma c'è una storia che nessuna classifica racconta: quella di ciò che mancava sul palco dell'Ariston dal punto di vista strettamente musicale.
Non è una critica al Festival in sé. Sanremo ha le sue regole, il suo pubblico, la sua funzione sociale. Ma come compositore, guardare queste trenta canzoni senza chiedersi cosa manchi sarebbe disonesto intellettualmente.
Il problema più strutturale di Sanremo 2026 non è la qualità delle voci. È la progressiva marginalizzazione della melodia come elemento compositivo primario.
Negli ultimi anni il rap e la trap hanno spostato il centro gravitazionale della canzone italiana dal melodic writing al flow verbale. In sé, questo è un cambiamento legittimo. Ma a Sanremo produce un effetto paradossale: artisti che non sono cantanti nel senso tradizionale si trovano sul palco con un'orchestra alle spalle, e il risultato è un cortocircuito stilistico che nessuna delle due parti riesce a risolvere.
La melodia, quando c'è, arriva quasi sempre come sollievo nel ritornello — un momento di resa, non di invenzione. Raramente è il motore drammatico della canzone. È una decorazione.
Ascoltando le trenta canzoni in gara, la sensazione ricorrente è quella di muoversi all'interno di un repertorio armonico ristrettissimo. Quattro accordi, progressioni prevedibili, tonalità comode. Non è una novità assoluta — la semplicità armonica è una costante del pop moderno — ma a Sanremo, dove si suppone che l'orchestra aggiunga profondità, questo limite diventa particolarmente evidente.
L'orchestra in queste canzoni non armonizza: raddoppia. Non sviluppa: accompagna. Prende la progressione di tre o quattro accordi già definita dal produttore e la veste di archi e ottoni, senza mai riscriverla, senza mai trasformarla. Il risultato è che la presenza dell'orchestra diventa puramente estetica — un segnale di "serietà" più che una scelta compositiva.
Compositori come Ennio Morricone o lo stesso Burt Bacharach avrebbero trovato in quegli stessi quattro accordi dieci soluzioni armoniche diverse. La distanza tra quel modo di pensare la musica e ciò che si sente oggi all'Ariston è enorme.
La struttura delle canzoni di Sanremo 2026 è sorprendentemente uniforme. Quasi tutti i trenta brani seguono lo schema intro–verso–pre-chorus–ritornello–verso–ritornello–bridge–ritornello finale. È la struttura del pop commerciale internazionale, adottata in modo acritico.
Non c'è nulla di sbagliato in questa struttura in sé. Ma quando tutti e trenta i brani la seguono, senza eccezioni significative, si capisce che non si tratta di una scelta compositiva: è un template. Un punto di partenza che non viene mai abbandonato, mai sovvertito, mai usato contro se stesso.
La canzone italiana ha una tradizione di strutture narrative più complesse — canzoni che si sviluppano, che hanno un arco drammatico, che cambiano internamente. Quella tradizione a Sanremo 2026 è quasi del tutto assente.
Questa è forse la cosa che, da arrangiatore, mi colpisce di più.
In un arrangiamento orchestrale ben concepito, ogni scelta timbrica ha una ragione narrativa. Gli archi entrano quando entra la vulnerabilità. Gli ottoni sostengono il climax emotivo. Le percussioni scandiscono una tensione interna. Il timbro non decora: racconta.
A Sanremo 2026, con rarissime eccezioni, gli arrangiamenti orchestrali funzionano al contrario: vengono costruiti sopra una produzione già definita in studio, senza toccarla, senza modificarne la struttura dinamica. Il risultato è un suono gonfio, sovraccarico, dove l'orchestra non aggiunge profondità ma peso.
La differenza tra un arrangiamento che serve la canzone e uno che la sovrasta è sottile ma decisiva. E in questa edizione di Sanremo, quella differenza si sentiva in modo netto.
Non è un problema dell'arrangiamento in sé: chi lavora su materiale altrui, come faccio io in Mainstream Overtures, rispetta la struttura originale per definizione. Il problema è quando quella stessa povertà armonica diventa la scelta di partenza di chi scrive da zero.
C'è un parametro tecnico semplice che uso spesso per misurare l'ambizione compositiva di un brano: quante volte, nell'arco di quattro minuti, arrivo a un accordo che non mi aspettavo?
Nelle canzoni di Sanremo 2026, la risposta media è: quasi mai.
La sorpresa armonica — una modulazione improvvisa, un accordo di sesta napoletana, una cadenza evitata — è uno degli strumenti più potenti che un compositore ha per generare emozione. Non perché sia una tecnica difficile, ma perché spezza l'automatismo dell'ascolto e costringe l'orecchio a riaggiustarsi. Quel riaggiustamento, se ben gestito, produce una sensazione fisica.
In questa edizione del Festival, quella sensazione l'ho cercata spesso e trovata raramente. Le canzoni sanno esattamente dove stanno andando, e ci vanno senza deviazioni.
C'è un'ironia nella classifica finale di Sanremo 2026: a vincere è stato Sal Da Vinci con una canzone melodica, tradizionale, costruita secondo i canoni della vecchia canzone napoletana. Qualcosa che molti hanno letto come nostalgia.
Ma forse non è nostalgia. Forse è semplicemente che, quando tutto il resto suona uguale, una canzone con una melodia vera e una costruzione emotiva chiara emerge per contrasto. Non perché sia rivoluzionaria — ma perché tutti gli altri hanno smesso di fare quel lavoro.
Sanremo non deve essere un conservatorio. Ma potrebbe — almeno ogni tanto — ricordarsi che la musica ha più di quattro accordi.